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Trauma di massa da Covid-19

23 / 02 / 2022

A due anni dall’inizio della pandemia da Covid-19 ci troviamo a raccogliere gli effetti di questo lungo periodo di sofferenza. Al pari di guerre, attacchi terroristici e disastri naturali, anche le pandemie costituiscono potenziali fattori traumatici. Le sue conseguenze vanno a ledere la salute fisica ma soprattutto psicologica di chi le sperimenta.

Cosa si intende per trauma e trauma di massa

Quando si parla di trauma ci riferiamo a un evento imprevedibile che irrompe nella routine quotidiana, spezzando il normale equilibrio della vita di tutti i giorni. Sebbene le riposte emotive che scaturiscono a seguito dell’esposizione ad un evento traumatico possono essere diverse da persona a persona, il trauma comporta sempre una sensazione di perdita di controllo, di impotenza e di imprevedibilità rispetto al futuro. Non si può definire a priori ciò che è un potenziale fattore traumatico e ciò che non lo è, poiché ogni persona reagisce agli avvenimenti in maniera diversa. Perdere il lavoro, fallire in un progetto importante o essere lasciati dal proprio partner costituiscono tutti possibili eventi traumatici che, per definizione, obbligano le persone a riorganizzare la propria vita per trovare un nuovo equilibrio.

Ci troviamo da ormai più di due anni alle prese con la pandemia di Covid-19. Il nostro modo di vivere è cambiato profondamente e i suoi effetti si vedono e si vedranno ancora per molto tempo. Non risulta difficile considerare una pandemia di questa portata tra gli eventi traumatici che maggiormente hanno minato il nostro equilibrio, la nostra sicurezza e le nostre vite in generale. Questo evento globale ha spostato l’attenzione dal concetto di trauma a quello di trauma di massa o collettivo; in questo caso l’evento esperito non riguarda più una sola persona, ma un numero considerevole di individui che condividono gli effetti traumatici nello stesso arco temporale.

Il nemico invisibile

Nemici invisibili come un virus generano una paura enterocettiva, che si origina cioè dall’interpretazione dei processi meccanici del corpo e non da un pericolo evidente nell’ambiente esterno. Di fatto, il mondo che ci circonda è sempre lo stesso e appare privo di pericoli apparenti; quello che è cambiato è la nostra lettura degli eventi. I momenti di aggregazione, le strette di mano, i festeggiamenti hanno cambiato valenza, tingendosi di un potenziale pericolo.

La paura di perdere i propri cari ma anche il timore della morte stessa sono già di per sé potenziali fattori traumatici, a questo va aggiunta l’impossibilità di stare accanto a chi soffre in ospedale. Durante la pandemia anche i rituali che accompagnavano l’ultimo saluto ad una persona cara sono stati stravolti; funerali riservati a pochi intimi e senza la possibilità di confortarsi a vicenda.

In situazioni altrettanto traumatiche come guerre, attacchi terroristici o disastri ambientali la vicinanza con l’altro, il sostegno, un sorriso di conforto era ciò che permetteva di affrontare e superare il trauma. Durante una pandemia, invece, ciò che consente di elaborare l’evento è proprio ciò che lo genera.

La funzione del gruppo nella gestione del trauma

Ci sono casi in cui i gli eventi traumatici hanno riguardato interi gruppi di persone, accomunati da una stessa religione, uno stesso colore di pelle o da una stessa origine; si pensi alla questione dell’Olocausto.  In questi casi il tessuto sociale che legava le persone, seppure nell’orrore, ha aiutato a far fronte ai traumi subiti. L’identità del gruppo si può addirittura rafforzare, integrando l’evento nella loro storia comune e facendosi forza l’un l’altro per ricostruire una nuova collettività. Il gruppo rappresenta quindi una grande fonte di ricchezza e di supporto.

Tornando alla pandemia che stiamo vivendo, questa non ha riguardato certamente un solo gruppo di individui, né si è limitata a colpire un’area circoscritta, ma ha interessato, in maniera più o meno diretta, il mondo intero. Ciò nonostante abbiamo assistito anche in questi casi a rituali comuni, canti di unione, bandiere nazionali sospese sui balconi, scritte per strada che invocavano un senso comune e rafforzavano la percezione di vicinanza. Tutti insieme, uniti, pronti a combattere contro il virus. La metafora della guerra alimenta il senso collettivo, esplicitando quanto ognuno di noi sia assolutamente indispensabile e come ogni gesto posa fare la differenza. Del resto nessuno mai è andato in guerra da solo.

L’importanza della memoria

La pandemia di Covid-19 non è di sicuro la prima che l’umanità si trova ad affrontare, probabilmente non sarà neanche l’ultima. Per questo è importante ricordare, commemorare e imparare per non farsi trovare impreparati in futuro.

Pare, purtroppo, più facile a dirsi che a farsi. L’ultima grande pandemia globale ha avuto luogo nel 1918. Ne hai mai sentito parlare? Se la tua risposta è no, la cosa non ci sorprende; non a caso gli è stata attribuita il nome di “influenza dimenticata”. Il virus dei quegli anni toccò un numero considerevole di persone (si stimano circa 50 milioni), eppure oggi pare che di quelle memorie non ci sia traccia. Nessuna commemorazione né riconoscimenti pubblici sono sopravvissuti fino ai giorni nostri.

Cosa succede se i traumi subiti cadono nell’oblio?

Prima di tutto un evento traumatico dimenticato è un episodio non elaborato, non riconosciuto, che lascia aperte le ferite di chi lo ha vissuto sulla propria pelle. Gli individui vittime di un trauma non elaborato possono reagire in maniera violenta o, al contrario, in modo del tutto apatico.

L’ arte, la letteratura, la poesia, i media di divulgazione sono strumenti che svolgono un ruolo importantissimo nell’elaborazione del trauma e mantengono vivo il ricordo di ciò che è stato e di come è stato affrontato. Non c’è alcun apprendimento senza la memoria. Questo genera individui incapaci di affrontare il futuro con prontezza, ma anzi, ogni volta impreparati di fronte a qualcosa che dovrebbero conoscere già.

Sottolineiamo, quindi, l’importanza delle commemorazioni, della memoria, dei dibattiti su ciò che andato bene e su ciò che sarebbe potuto andare meglio. Questi non devono cessare una volta scampato il pericolo, ma dovrebbero servire come linee guida per affrontare un futuro non del tutto sconosciuto.

No panic!

Se sei stanco di sentirti limitato a causa delle tue paure e dei tuoi timori, potresti trovare molto utile il percorso di consulenza DONT PANIC! Preoccupazioni, pensieri disturbanti e distrazioni avranno i giorni contati una volta che avrai imparato a gestire la paura.

Bibliografia

https://www.bbc.com/future/article/20210203-after-the-covid-19-pandemic-how-will-we-heal

https://www.corriere.it/salute/neuroscienze/21_febbraio_15/trauma-pandemia-rischio-persona-tre-piu-donne-8ca5b59c-6ecf-11eb-ba33-2aa6be852279.shtml

scritto da

Marzia Menotti

Marzia Menotti

Psicologa Psicoterapeuta

Amo aiutare le persone a coltivare la consapevolezza e l’amore per se stessi,  vivere nel presente e trasformare le crisi in occasioni di conoscenza di sè.

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